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Il ruolo dell’investigatore privato nei casi di lavoro in nero e assegno di mantenimento

Dopo un divorzio è necessario determinare l’assegno di mantenimento che l’ex coniuge economicamente più forte deve all’altro in condizioni economiche più svantaggiate, calcolando le entrate e le uscite con precisione in modo da assicurare una cifra che sia equilibrata ed adeguata. Per calcolare la giusta cifra dell’assegno di mantenimento vanno presentate la carta dei redditi, i documenti finanziari e le autodichiarazioni che si riferiscono a stipendio annuo e valori posseduti.

Spesso, però, può capitare che non vengano dichiarati dei redditi, poiché risultano entrate in nero, ovvero non tassabili perché non rintracciabili né attraverso contratti di lavoro, né pagamenti tramite bonifici o conto correnti. A volte entrambi i coniugi sono interessati a nascondere queste entrate in nero, sia per pagare meno, che per ottenere di più.

Come fare allora per essere sicuri che tutti i redditi siano correttamente dichiarati? Un investigatore privato può smascherare il lavoro in nero nei casi di versamento di assegno di mantenimento, seguendo determinati passi.

Quando il coniuge ha il sospetto di redditi non dichiarati

Se l’ex coniuge cova il sospetto che l’altro abbia delle entrate lavorando in nero, e che quindi non sia tenuto a dichiararle, può rivolgersi ad un investigatore privato in modo da indagare l’effettiva situazione e adeguare il calcolo dell’assegno di mantenimento, tenendo in considerazione la reale possibilità economica dell’ex.

Infatti, la sentenza 21047/2004 della Corte di Cassazione dice che il reddito da lavoro in nero può negare l’assegno di mantenimento e che il giudice può tenere conto del reddito non dichiarato: in questo modo, anche i redditi non dichiarati devono essere conteggiati nel calcolo dell’assegno di mantenimento, poiché determinano il tenore di vita effettivo dell’intera famiglia.

Anche se non dovesse trattarsi di grossi guadagni, ma di cifre anche irrisorie, dimostrare che l’ex coniuge svolge un lavoro in nero lo metterà in una posizione scomoda davanti al giudice, che potrebbe a prescindere abbassare (o alzare) la somma da versare per gli alimenti.

Cosa fa un investigatore privato per smascherare il lavoro in nero

Non sempre le informazioni sull’effettivo reddito sono conosciute all’ex coniuge: si deve considerare che l’altro potrebbe aver intrapreso un secondo lavoro solo dopo la separazione. Un investigatore privato, per smascherare il lavoro in nero, deve innanzitutto recuperare le prove che attestano che l’ex coniuge lavora in nero: presenze su luoghi di lavoro senza contratto, tenore di vita troppo elevato rispetto all’effettivo stipendio, scambi di denaro, estratti della carta di credito al saldo del conto, lo stato di titolare di immobile o l’assunzione in società estere.

L’investigatore raccoglie tutto in una relazione dettagliata e deve poi, soprattutto, testimoniare davanti al giudice quanto affermato, poiché presentare la sola relazione non risulta essere sufficiente. A quel punto, il calcolo dell’assegno di mantenimento può essere rivisto e ridimensionato dal giudice. Secondo la Corte di Cassazione è assolutamente legittimo dimostrare, grazie a un investigatore privato, che l’ex coniuge svolge un lavoro in nero, magari dopo essersi licenziato dal lavoro effettivo.

Affidarsi ad un investigatore privato

Il ruolo dell’investigatore privato è fondamentale, poiché la sua relazione può essere utilizzabile in tribunale e, inoltre, la sua testimonianza consentirà al giudice che riequilibrare gli alimenti o, in molti casi, addirittura di far annullare l’assegno di mantenimento.

Il report dell’investigatore privato potrà essere contestato dalla controparte, ma è pur sempre un documento ricco di informazioni difficilmente comprovabili, rendendo così, di fatto, difficile una difesa da parte dell’ex coniuge che ha provato a evadere il fisco e a versare una cifra minore all’altro coniuge. Un investigatore privato esperto potrebbe far risparmiare (o guadagnare) migliaia di euro l’anno, nel momento in cui il giudice deciderà di abbassare o, in alcuni casi, addirittura azzerare l’assegno divorzile.

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